In altre parole, significa abbattere quelle “barriere invisibili” che possono escludere intere community di persone da un’informazione o da un servizio.

L’accessibilità oggi: contesto e obblighi normativi

Dal 28 giugno 2025, l’adeguamento è diventato obbligatorio per tutte le aziende con oltre 10 dipendenti, fatturato superiore ai 2 milioni di euro o con e-commerce B2C. La normativa si inserisce in un quadro già complesso (Legge 4/2004, Direttive UE 2102/2016 e 882/2019, D.Lgs. 106/2018 e 82/2022, provvedimenti AGID ed EU), che definisce principi e standard di riferimento (WCAG 2.1).

Ma non si tratta solo di normativa, né solo di inclusione ed etica: è anche una forte leva strategica di business. Documenti più accessibili, infatti, migliorano la SEO, aumentano i tassi di conversione e rafforzano la reputazione del brand, aprendo l’accesso a un bacino potenziale di utenti nettamente maggiore.

Non solo legge: un diritto primario per i cittadini digitali

Troppo spesso, però, le normative rischiano di trasformarsi in un elenco di scadenze e adempimenti percepiti come un peso. È lo stesso schema già visto con il GDPR: molti siti hanno implementato cookie banner più per “imposizione” che per reale consapevolezza dell’importanza della sicurezza e della trasparenza rispetto ai dati degli utenti.

Ma l’accessibilità digitale non è un “favore a pochi” né un mero obbligo burocratico. Al contrario, è un diritto primario, paragonabile oggi all’accesso all’acqua o all’energia, che contribuisce all’equità digitale. 

E, come dimostra il cosiddetto “curb cut effect”, ciò che nasce per alcuni finisce per migliorare l’esperienza di tutti: le rampe introdotte nelle nostre città per le persone con disabilità motorie sono, infatti, l’esempio perfetto, perché nascono per un’esigenza specifica ma vengono poi utilizzate e apprezzate anche da anziani, genitori con passeggini, ciclisti e moltissime altre tipologie di persone. Lo stesso accade online: un sito più leggibile, navigabile e comprensibile è un sito migliore per chiunque.

Il percorso di adeguamento

Rendere davvero accessibile un prodotto digitale significa tradurre questi principi in un percorso strutturato:

  • Assessment legale e tecnico per capire obblighi e criticità;

  • Gap analysis per mappare gli interventi;

  • Remediation tecnica, basata sulle WCAG 2.1;

  • Audit legale per verificare la conformità;

  • Dichiarazione di accessibilità da depositare presso AGID.

Un processo che richiede tempo, competenze e chiarezza, e che dovrebbe essere reso più semplice e accessibile per gli imprenditori, così da incentivare davvero l’adozione di queste buone pratiche.

Perché di buone pratiche si tratta, anzi, ottime pratiche: ecco perché, al netto delle imprese che per dimensioni, fatturato e business sono obbligate a conformarsi, secondo noi sarebbe un approccio da adottare in modo universale, anche da parte delle PMI. 

La posizione di Genoma

In Genoma consideriamo l’accessibilità come un’estensione naturale della nostra filosofia: semplificare la complessità e costruire soluzioni che generino valore misurabile.

Significa non fermarsi al decreto o alla checklist tecnica, ma accompagnare le imprese in un percorso in cui l’accessibilità diventa un’opportunità di business e non un costo o un’imposizione dall’alto. Vuol dire anche riconoscere che oggi molti imprenditori non hanno il tempo né gli strumenti per interpretare correttamente norme così complesse: il nostro compito è tradurle in azioni semplici, chiare e subito applicabili.

Perché, alla fine, l’accessibilità non è solo una questione tecnica o legale: è il modo in cui costruiamo un digitale più semplice, più umano e più utile a tutta la comunità.